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La Turchia e le politiche di genere del partito AKP di Erdogan: il ruolo dell'Unione europea

  • yleniamajo
  • 16 gen 2024
  • Tempo di lettura: 8 min

Aggiornamento: 21 ott 2025


I paradigmi di genere e la loro evoluzione in Turchia vanno analizzati attraverso un approccio storico in quanto, attraverso questa modalità, è possibile comprendere le più ampie dinamiche politiche all’interno delle quali le relazioni di genere sono inserite e in cui il ruolo delle donne è modellato.






Indice

  • Il contesto storico

  • Le due fasi di governo dell'AKP

  • L’influenza dell’Unione europea sull’agenda di genere

  • La svolta autoritaria

  • Gli strumenti della costruzione della narrazione anti-genere


Il contesto storico


Possiamo notare uno scarto abissale fra il periodo di Kemal Ataturk, il fondatore dello Stato turco e quello di Erdogan. Ataturk aveva bisogno che le donne incarnassero il discorso attorno ad uno dei pilastri su cui poggiava la nascita della moderna Turchia: la modernizzazione e l'occidentalizzazione. Quanto al periodo di Erdogan, invece, a partire dal 2015, il governo ha iniziato ad esprimere la sua visione regressiva sulle relazioni di genere, incentrata sulla valorizzazione dei ruoli tradizionali.


Nel periodo repubblicano, i cambiamenti che hanno avuto luogo vanno inquadrati all’interno della prima ondata del femminismo a livello internazionale; le donne sono state uno strumento per mostrare il cambiamento e l’occidentalizzazione. In questo periodo, le modifiche legislative e l’introduzione delle donne nella sfera pubblica sono state effettuate da una prospettiva maschile e sono state indirizzate soltanto a quelle donne che incarnavano l’ideale kemalista della donna turca. L’ideale dell’eguaglianza fra donne e uomini sostenuta nel periodo della modernizzazione della Turchia, non si è mai trasformata in realtà in quanto la leadership politica si è sempre assicurata che la presenza delle donne nella sfera pubblica non andasse oltre una visibilità simbolica e dunque si trasformasse in partecipazione politica o che ciò andasse a costituire forza lavoro. In effetti, si è trattato di un passaggio dalle strutture patriarcali ottomane a quelle turche.


La seconda ondata del femminismo è arrivata in Turchia in ritardo, in seguito al colpo di stato del 1980. Essa può essere riassunta dal motto “il personale è politico”: i cambiamenti, che per la prima venivano richiesti dalla popolazione femminile, riguardavano ad esempio la sessualità, la violenza contro le donne e l’uso del velo. 

La terza ondata del femminismo turco, che è iniziata negli anni ’90, è strettamente collegata alle politiche identitarie: con la possibile adesione della Turchia all’Unione europea, gruppi di donne

appartenenti a diversi contesti, come ad esempio le curde e le islamiste hanno fatto pressione per assicurarsi che i loro interessi fossero inclusi nell’adozione dell’acquis communautaire. 

L’Unione europea ha supportato la società civile finanziando programmi per incentivare la partecipazione dal basso (bottom-up), favorendo il proliferare di network di associazioni ed ONG.


Le due fasi di governo dell'AKP


E' possibile identificare due fasi del periodo dell’AKP: la prima dal 2002 al 2011 caratterizzata da una forte integrazione della società civile, di cui l’AKP si è dipinto come rappresentante e, la seconda, dal 2011 al presente, con un inversione di rotta e un cambiamento del discorso.


Nei primi due mandati governativi, l’AKP, designatosi come conservativo-democratico, si è comportato come un partito di centro destra piuttosto che uno di estrema destra e populista, rappresentando l’elettorato islamico conservatore senza tuttavia alienarsi le richieste degli elettori, in un contesto di progressiva democratizzazione resa possibile dal processo di adesione europeo. 

Mentre, nel periodo 2011-2015, il partito si è trasformato in uno nazional populista, dando vita ad un sistema elettorale autoritario mediante l’imposizione di una nuova Costituzione. Dopo aver ottenuto il 50% dei voti nelle elezioni del 2011, notiamo che l’ambizione verso la membership europea sparisce dall’agenda politica dell'AKP. 


La periodizzazione del governo dell’AKP riflette anche le sue politiche di genere; nel primo periodo, le politiche che promuovevano l’eguaglianza di genere in linea con le richieste dell’Unione europea. Su questa scia, sono state implementate alcune significative riforme legali, anche grazie alla collaborazione con un movimento femminista vibrante, come ad esempio la promulgazione della legge 6284 contro la violenza domestica, in seguito ad un aumento allarmante dei casi di violenza contro le donne nel 2007, e la sottoscrizione della Convenzione di Istanbul.


Tuttavia, nel secondo periodo si afferma una sempre più grande islamizzazione delle politiche che stava rinforzando il ruolo delle donne come madri e mogli mediante un sistema di welfare basato sulla famiglia. Per l’agenda neoliberale dell’AKP, l’istituzione familiare è un’alleata dello Stato. A dimostrazione di ciò, il Conditional Cash Transfer Program lanciato nel 2003, forniva un sussidio alle madri nell’ambito della tutela all’educazione e ai servizi sanitari, determinando così uno spostamento delle responsabilità della sicurezza sociale dallo stato alla famiglia ed in particolare alle donne. In questo sistema così creato, le donne che si occupano del lavoro di cura sono incoraggiate a restare a casa tramite le ricompense sopra citate e scoraggiate a prendere parte alla forza lavoro.






L’influenza dell’Unione europea sull’agenda di genere


Le politiche di genere che l’AKP ha perseguito nel primo periodo sono coerenti con il processo di adesione all’Unione europea che è iniziato in seguito al Summit di Helsinki. Dunque, le condizioni imposte dall’Unione europea hanno rappresentato il motore principale dei cambiamenti delle politiche di genere ma sono da menzionare anche le pressioni provenienti dai movimenti femministi della Turchia post 1980. 


Esempio di politiche portate avanti in Turchia in questa fase è il Programma per la Salute riproduttiva, lanciato nel 2003 e finanziato dall’Unione Europea. Esso non si occupa soltanto di maternità e pianificazione familiare, ma anche delle malattie sessualmente trasmettibili e non si rivolge soltanto alle donne sposate, rappresentando, così, un passo in avanti verso la libertà sessuale.


Molti altri progressi di questo periodo si verificano con l’emendamento del Codice penale: nel precedente Codice penale, i crimini sessuali erano definiti come comportamenti che danneggiavano l’ordine sociale, familiare e morale in quanto il corpo e la sessualità delle donne erano considerati di proprietà del marito e della società. Con la nuova legge, i crimini sessuali sono stati definiti come crimini contro individui, in cui rientrano lo stupro all’interno del matrimonio ed i test della verginità. Altro progresso nel campo della tutela dalla violenza è stata la creazione di rifugi per le donne, che ha significato un passo avanti verso il riconoscimento della violenza domestica in quanto problema politico.


La svolta autoritaria


In seguito alle elezioni del 2015, dove l’HDP si è assicurato un successo elettorale che ha spogliato il partito al potere della maggioranza parlamentare, l’AKP ha affrontato per la prima volta una coalizione popolar-democratica che ha sfidato la sua narrazione populista, a cui ha reagito con un’ondata di autoritarismo, inasprito dal colpo di stato del 2016 da parte della comunità di Gulen.


L’atteggiamento più bellicoso della Turchia nei confronti dell’Unione europea, esacerbato dalla crisi dei rifugiati e dalla dichiarazione dello stato di emergenza, ha profondamente influito sulle politiche di genere. Il governo ha iniziato ad esprimere la sua visione regressiva sulle relazioni di genere più apertamente con il sostegno dei circoli accademici e politici, determinando un indebolimento delle politiche di genere dell’Unione Europea. Esempio di ciò è l’esclusione delle organizzazioni femministe dalla formazione del comitato per il monitoraggio della Convenzione d’Istanbul, formata soltanto da organizzazioni che sono state approvate dal governo.


Esiste un forte collegamento tra l'avvio della tendenza autoritaria del partito AKP e l'allentamento della tutela dei diritti delle donne: il partito non tollera opinioni dissidenti ed in quest’ottica i movimenti femministi rappresentano una minaccia poiché sono riusciti ad organizzarsi nonostante la loro eterogeneità interna per ottenere riforme come, ad esempio, quella del Codice civile e Penale (nel 2001 e nel 2005). Le proteste di Gezi del 2013 hanno provato la vitalità dei movimenti delle donne ed LGBT a cui Erdogan ha risposto con una narrazione incentrata su una retorica islamica e populista caratterizzata da toni allarmanti su tematiche di genere. 


Gli strumenti della narrazione anti-genere


La nuova narrazione di Erdogan verte su una dicotomia fra la madre dell’Anatolia, madre dei martiri, velata, casta e virtuosa contro le donne ribelli, sessualmente attive ed immorali, nemiche interni collegate a potenze straniere. Più le donne asseriscono i loro diritti, più la reazione degli uomini è violenta e misogina.


Un importante strumento per riaffermare questa immagine è dato dai media e dai discorsi pubblici, volti ad allineare le percezioni pubbliche alla visione delle autorità politiche. 

Questi discorsi che vertono sulla necessità per la donna di avere più figli, di limitare l’aborto e che incoraggiano a sposarsi presto e vestirsi in modo modesto, sono portati avanti anche dai leader delle sette religiose e da professori universitari della facoltà di teologia.


Inoltre, i leader dell’AKP si servono anche delle organizzazioni della società civile come KADEM (Associazione della Donna e della Democrazia), fondata dalla figlia di Erdogan e TURGEV (la Fondazione della Gioventù e del Servizio educativo). Esse sono state definite “organizzazioni non governative organizzate dal governo” per indicare che non sono indipendenti ma che sono al servizio dello Stato.


Al contempo, le organizzazioni indipendenti delle donne hanno visto negarsi finanziamenti ai progetti ed essere esclusi dagli appuntamenti internazionali della Commissione dell’ONU sullo Status delle Donne (CSW).


L’obiettivo principale di KADEM è quello di coltivare una consapevolezza dei valori tradizionali fra le donne turche ed il tema più importante su cui lavora è l’abbandono del concetto di eguaglianza fra uomini e donne per far spazio a quello di “giustizia di genere”.  Il concetto di giustizia di genere fa riferimento ai valori islamici per sottolineare le diverse caratteristiche dei due sessi da cui discendono diverse funzioni e compiti: gli uomini devono occuparsi del sostentamento e della protezione della famiglia e le donne devono prendersi cura dei bambini e delle faccende domestiche.


La presidente di KADEM sostiene che in questo modo sarà possibile riconoscere le differenze fra le donne e fra gli uomini e le donne, differenza che il femminismo di stampo egualitario aveva ignorato. Questa nuova concezione che insiste sulle divisioni naturali ed immutabili prepara il terreno alla legittimazione della divisione familiare del lavoro, del ruolo delle donne all’interno della società in quanto madri e mogli e dunque è finalizzata alla preservazione delle strutture patriarcali.


Erdogan ha anche affermato: 

“Non credo nell’eguaglianza di uomini e donne. Credo nelle pari opportunità. Uomini e donne sono diversi e complementari” e “Non si possono portare le donne e gli uomini alla stessa posizione perché ciò contraddice la creazione”.


Questo era il patto sociale che l’AKP ha stipulato con le donne, che costituiscono più del 55% del suo elettorato: l’aderenza alle norme sul genere tradizionali, obbedienza domestica e devozione politica in cambio di welfare sociale, lavoro per gli uomini e dunque sicurezza familiare. 






Riassumendo,

In un’analisi complessiva, possiamo notare che al fine di comprendere le dinamiche che riguardano i rapporti di genere in Turchia non possiamo prescindere dall’analisi del contesto internazionale e dei rapporti di potere che sono alla base della società. 

Si è spiegato come i modelli normativi relativi all’immagine delle donne sin dai primi anni della Repubblica turca siano stati modellati anche da esigenze di carattere strategico-identitario. 

Le riforme legislative imposte dall’alto, se da un lato conducevano al miglioramento delle condizioni delle donne, in realtà ricalcavano le strutture patriarcali esistenti, non consentendo loro di spingersi al di là da quanto stabilito dalla classe dominante al potere.

È soltanto a partire dal 1980 che la spinta del femminismo turco si fa portavoce delle reali esigenze della popolazione femminile. 


Nella fase del periodo di governo dell’AKP che risente dell’influenza dell’Unione europea, in ottica di una plausibile integrazione, se da un lato sono state adottate nuove misure significative verso la libertà e la protezione delle donne dalla violenza e dall’abuso sessuale, dall’altro lato i diktat del neoliberismo impongono sulle donne nuove incombenze che scoraggiano la loro specializzazione in ambito occupazionale. 


Riprendendo un concetto espresso dalla storica statunitense Joan Scott, le differenze percepite fra i generi in un dato momento storico sono uno strumento per dare significato ad altre relazioni di potere. Così, in Turchia, l’atteggiamento conservatore dell’AKP è da correlare alla nuova fase autoritaria che ha inaugurato in seguito del successo elettorale del partito HDP. 

Affiora così una nuova narrazione che, facendo leva sul potere legittimante conferito dalla religione, verte su una decisiva differenziazione costitutiva tra donne e uomini che si riversa sul piano sociale. 


È questo il quadro della situazione che ci consente di comprendere quei processi politici e sociali, che hanno coinvolto non soltanto il partito al potere ma anche la società civile, che hanno condotto al ritiro della Convenzione di Istanbul del primo luglio 2021.


Grazie per la lettura.

A presto,

Ylenia


Principali fonti bibliografiche:



  1. Arat, Y., “Religion, Politics and Gender Equality in Turkey: implications of a democratic paradox?”, Third World Quarterly.

  2. Aybars, A. İ., Copeland, P. & Tsarouhas, D., “Europeanization without substance? EU– Turkey relations and gender equality in employment”, Comparative European Politics.

  3. Diner, Ç., “Gender politics and gongos in Turkey”, in Turkish Policy Quarterly.

  4. Lobato Gonzalez, P., “Reshaping the Role of Women in Politics: The Case of Turkey”, e-international relations.

  5. Ozkazanc, A., “Gender and authoritarian populism in Turkey: the two phases of AKP rule”, in Open Democracy.

  6. Telseren, A., “Changing Gender Politics in Turkey throughout the 2000s: A Feminist Analysis of Gender Policies Pursued by Justice and Development Party (Adalet ve Kalkınma Partisi - AKP)”, Governments, Interdisciplinary Political Studies.

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